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SAN LONGINO

Secondo la leggenda, fu il centurione che trafisse Cristo con la sua lancia (Gv 19, 34). Gli autori lo identificarono erroneamente con il centurione che proclamò la divinità di Gesù: “Questo era veramente il figlio di Dio”. Il lanciere e il centurione furono così uniti. Si presume che si convertì e cambiò il suo nome da Cassio a Longino, e si ritirò a Cesarea in Cappadocia dove visse una vita monastica ed era vescovo di questa città. 

La leggenda intorno a lui è complicata: gocce di sangue dal cuore divino gli schizzavano gli occhi, che erano molto indeboliti, e vide di nuovo chiaramente, raccolse il sangue di Gesù Cristo in un bicchiere che si chiamava Graal e in seguito subì il martirio e La sua lingua era stata tagliata, nonostante continuasse a parlare. 

Longino Santo (sec. I). Il suo nome significa “l’uomo della lancia” (dal greco longké, lancia). Si tratta di un santo di cui molto si è parlato nei manoscritti sulle vite dei santi orientali, nei Vangeli, nelle epistole dei Santi Padri, nei vangeli apocrifi e nei martirologi sia orientali sia occidentali. Tali citazioni hanno determinato la combinazione di tre diversi personaggi in cui viene identificato: il soldato che aprì il fianco di Gesù con un colpo di lancia (Giovanni, XIX, 34). 

Porta il nome di Longino negli Atti di Pilato, all’inizio del V secolo, come nella miniatura della Passione che figura nel Vangelo siriaco della biblioteca Laurenziana a Firenze, anteriore al 586. Tra i Padri greci, il primo a designare Longino come “il soldato del colpo di lancia” è Germano, patriarca di Costantinopoli (715-729); il centurione anonimo che proclama la divinità di Gesù dopo la sua morte: “Davvero costui era Figlio di Dio!” (Matteo, XXVII, 54; Marco, XV, 39); il centurione che comandava i soldati incaricati della guardia del sepolcro. 

La Corrispondenza di Pilato a Erode (non anteriore al V secolo) lo chiama Longino, ma il Vangelo di Pietro gli dà il nome di Petronio. 

Nella tradizione greca e orientale, si vede generalmente in Longino il centurione che professò la divinità di Gesù e custodì il sepolcro; nella tradizione occidentale, Longino è ora il soldato della lancia, ora il centurione. 

Ma le due tradizioni si congiungono per precisare che abbracciò la fede degli apostoli, lascio il mestiere delle armi e andò a Cesarea di Cappadocia, dove visse santamente, evangelizzò i pagani e morì martire, decapitato. 

Gregorio di Nissa presentava già il eco turione che confessò la divinità di Gesù come l’evangelizzatore dei Cappadoci (Lettera, XVII, 15). Un secolo dopo, il Martirologio geronimiano non dà un nome al centurione precisando la festa a “Cesarea di Cappadocia, di Longino”. 

Da notare anche, tra i segni più antichi del culto, un frammento di amuleto con un’invocazione a Longino (IV secolo), un capitello bizantino col suo nome, ad Alla, e, nel VI secolo, delle iscrizioni su due caserme, a Ghor, in Siria, e a Burdj, in Arabia, in cui il nome di Longino è associato a quello di altri santi. Un’altra tradizione presenta Longino come l’evangelizzatore di Mantova, in Italia. Ma è chiaro che essa è nata per autenticare una reliquia del sangue sgorgato dal costato di Cristo, conservato nella basilica di S. Andrea.

IL COMMENTO DI RAGGIO DI LUCE ATTIVA

MARTIROLOGIO ROMANO

A Gerusalemme, commemorazione di san Longino, venerato come il soldato che aprì con la lancia il costato del Signore crocifisso.

FONDAMENTO BIBLICO DEL CULTO DEI SANTI

Il culto dei Santi, degli Angeli e della Vergine Maria è stato da sempre un elemento caratterizzante del Cattolicesimo Romano e delle Chiese Orientali, ma anche quello più contestato dalle comunità evangeliche e dalle sette d’ispirazione cristiana.

Ancora più osteggiata è la venerazione di statue ed Icone Sacre, assimilata addirittura all’idolatria e perciò condannata come un grave peccato.

In realtà le cose non stanno affatto così.

Nell’Antico Testamento, statue ed immagini sono strettamente collegate all’adorazione di divinità in Gran parte straniere, che si oppongono al culto dell’Unico vero Dio.

Presso Noi Cattolici, invece, queste assumono tutt’altro significato per due motivi.

Il Primo è che le nostre statue non sono idoli pagani, ma Raffigurano Persone Realmente Esistite, che Ricordiamo come Modelli di Fede

Il Secondo è che la nostra non è Adorazione, bensì VENERAZIONE, ossia Rispetto Verso quei Santi e quelle Sante che stanno nella Gloria di Dio, in Paradiso, e ossequio verso le immagini che li rappresentano.

Ai tempi di Mosè, due Cherubini in oro battuto decoravano l’Arca dell’Alleanza, in cui erano custodite le Tavole della Legge (Esodo 25,18; 36,2-8; 37,7). Era idolatria questa? Certamente no! Mosè stesso fece costruire un serpente di bronzo e ordinò di porlo in vista al popolo; chiunque fosse stato morsicato dai serpenti velenosi, si sarebbe potuto salvare guardando verso di esso (Numeri 21,4-9).

Gesù applicò a se stesso questo simbolo dicendo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna» Vangelo di San Giovanni Apostolo 3:14-15

La VENERAZIONE d’immagini, dunque, non è idolatria quando questa non si sostituisce all’adorazione.

Esistono tre diverse forme di culto:

la LATRIA, ossia l’Adorazione, riservata esclusivamente a Dio;

la DULIA, ossia la venerazione, riservata ai Santi e agli Angeli;

l’IPERDULIA, una speciale forma di venerazione riservata esclusivamente alla Vergine Maria, Madre del nostro Salvatore Gesù Cristo.

Per quanto riguarda il fondamento biblico relativo al culto dei santi, esistono numerosi passi che lo giustificano. Innanzitutto, nel Nuovo Testamento tutti i battezzati sono chiamati santi, non perché dotati di eccezionali virtù, ma in quanto chiamati a percorre un cammino di perfezione e di santità, dopo essere stati separati dal mondo e purificati dallo Spirito Santo.

Già nel libro del Siracide l’autore aveva scritto: “Facciamo l’elogio degli uomini illustri, dei nostri antenati per generazione. Questi furono uomini virtuosi, i cui meriti non vanno dimenticati” Libro della Siracide 44, 1 e 10

Nella Lettera agli Ebrei l’autore esalta gli illustri israeliti del passato e sprona i destinatari dell’epistola a comportarsi allo stesso modo Ebrei 11-12

San Paolo diceva ai Fedeli di Corinto: “Fatevi miei imitatori come io lo sono di Cristo” (1 Corinzi 11,1).

Proprio in questo consiste, dunque, la Venerazione dei Santi: nel Ricordo, nell’Elogio, nell’Imitazione di Coloro che ci hanno Preceduto nella Fede e si Sono Distinti nella Pratica delle Virtù.

In merito alla loro commemorazione, sappiamo che già del Protomartire Stefano si ricordava l’anniversario della morte e s’Invocava la Sua Intercessione.

Ma il primo Esempio storicamente documentato è il Martirio di San Policarpo (155 d.C), di cui furono raccolte le reliquie e celebrato annualmente il suo martirio “per rievocare la memoria di coloro che hanno combattuto prima di noi e per tenere esercitati e pronti quelli che dovranno affrontare la lotta”.

Concludiamo, infine, con l’intercessione dei Santi, particolarmente contestata dai Protestanti e dalle sette cristiane. A loro avviso, essendo Gesù Cristo il solo mediatore fra Dio e gli uomini, sarebbe sbagliato pregare i Santi e chiedere la loro intercessione. In realtà non è affatto così, in quanto il loro intervento non sostituisce l’unica mediazione di Cristo. Nel miracolo di Cana, ad esempio, la Vergine Maria interviene presso il Figlio a favore degli sposi, che non hanno più vino dal Vangelo di San Giovanni Apostolo 2, 1-11

San Giacomo, inoltre, afferma che molto vale la preghiera del giusto se fatta con insistenza dalla Lettera di San Giacomo Apostoli 5,16

e San Paolo esorta spesso i fedeli a pregare Dio per lui e per gli altri fratelli. Ma cos’è tutto ciò se non una preghiera d’intercessione? Considerando, dunque, che la Comunione dei Santi, ossia il mutuo e vicendevole aiuto fra i battezzati, non finisce con la morte fisica, ma continua anche dopo la vita terrena, allora possiamo affermare con assoluta certezza che pregare i Santi non solo è biblicamente fondato, ma è anche un segno del vincolo d’Amore che esiste fra di noi e che ci unisce a Cristo in questa nostra vita e in quella prossima futura.

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