LA STORIA DI UN SACRAMENTALE ORMAI DIMENTICATO

di Matteo Maria Donati

Come tutti noi sappiamo l’abito ecclesiastico è un vestito portato dal clero secolare e regolare, da distinguere dalle vesti liturgiche che i ministri di culto indossano durante le sacre celebrazioni.

Fino al Concilio Vaticano II consisteva nella veste talare o nell’abito religioso lungo; tali abiti possono essere sostituiti dal clergyman, per i sacerdoti diocesani.

A partire dal V secolo, quando cominciarono ad andare di moda gli abiti corti, introdotti dalle popolazioni germaniche, i concili locali dei vescovi proibirono tali abiti per il clero locale.

Però soltanto con il Concilio Lateranense IV del 1215 si iniziarono ad adottare delle norme universali. Il colore nero fu importato dall’Ordine Benedettino e fu reso obbligatorio per i chierici solo nel XV secolo. Il Concilio di Trento riconfermò poi quest’obbligo, comminando pene severe ai chierici che non avessero portato l’abito.

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In base all’art. 29 dei Patti Lateranensi, l’art. 498 del Codice Penale Italiano puniva con una multa da 1.000 a 10.000 Lire chiunque indossasse abusivamente in pubblico l’abito ecclesiastico. Il Nuovo Codice di Diritto Canonico del 1983 prescriveva ai sacerdoti l’utilizzo di un abito ecclesiastico decoroso. Il Direttorio per il Ministero e la Vita dei Presbiteri della Congregazione per il Clero, il 31 Gennaio 1994, affermava:

«In una società secolarizzata e tendenzialmente materialista, dove anche i segni esterni delle realtà sacre e soprannaturali tendono a scomparire, è particolarmente sentita la necessità che il presbitero-uomo di Dio, dispensatore dei suoi misteri – sia riconoscibile agli occhi della comunità, anche per l’abito che porta, come segno inequivocabile della sua dedizione e della sua identità di detentore di un ministero pubblico. Il presbitero dev’essere riconoscibile anzitutto per il suo comportamento, ma anche per il suo vestire in modo da rendere immediatamente percepibile ad ogni fedele anzi ad ogni uomo, la sua identità e la sua appartenenza a Dio e alla Chiesa».

Ma allora, perché tanti sacerdoti e religiosi non indossano più l’abito?

Se indossare l’abito religioso è un sacramentale ed un segno che rende percepibile ai credenti il segno di una identità, perché molti preti fanno fatica ad indossarlo?

Perché c’è una sorta di “allergia” per delle norme che esistono da secoli per la cristianità e che oggi vengono quasi percepite come inutili e addirittura “nocive”?

Perché c’è questa forte volontà di uniformarsi alle consuetudini del mondo, quando Cristo stesso ci ha detto che siamo nel mondo ma non siamo del mondo?

Di fronte agli innumerevoli casi di sacerdoti e religiosi che non indossano l’abito del loro istituto, previsto dalle norme canoniche, non ci resta che prendere atto ormai di una mentalità comune che tende a far uniformare le abitudini e le attitudini dei cristiani, persino dei sacerdoti, alle consuetudini del mondo, alle sue idee e sistemi di pensiero. Il rispettare i comandamenti di Dio e le norme della dottrina cattolica oggi è guardato come un qualcosa che appartiene ad un passato ormai percepito come lontano, un qualcosa di distante dalle esigenze dell’uomo moderno, le cui priorità sono ben orientate verso ciò che crea profitto, successo, benessere e piacere, tutti valori ben lontani da quelli che sono alla base della tradizione cristiana trasmessa dagli Apostoli.

Ma allora è giusto porsi la domanda: quale futuro si prospetta per quei cristiani che invece, in cuor loro e in piena coscienza, hanno deciso, a buon diritto, di rispettare le norme di vita cristiana trasmesse nei secoli, sulle orme dei Padri e di Cristo stesso?

Se anche nella cosiddetta “Chiesa” spesso si viene derisi e visti come “diversi”, nel momento in cui ci si batte per rispettare certe regole di vita e codici morali, dove si raduneranno, forse in un futuro non troppo remoto, quei credenti che vogliono, a qualsiasi costo, rimanere fedeli agli insegnamenti di Cristo e degli Apostoli, trasmessi nei secoli a costo del sangue dei martiri?  Dove finiranno a radunarsi quei nuovi “martiri della fede” visti piuttosto oggi come dei reprobi e degli apostati, solo per voler difendere la vera e millenaria dottrina cattolica?

Poi disse loro: «Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. Questo vi darà occasione di render testimonianza.  Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi;  sarete odiati da tutti per causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime».

Vangelo di san Luca cap. 21, vv. 10 – 19